Un anno fa’, quella maledetta notte, ho sentito queste parole uscire dalla bocca di una madre alla quale avevo portato la più orribile delle notizie. Ora quelle parole sono tatuate per sempre sul  mio braccio sinistro, sopra una cicatrice che resterà sempre visibile sulla mia pelle. In questo anno sono stato costretto ad imparare tanto. Costretto perché imparare non è quasi mai semplice e quasi sempre comporta fatica, quindi è raro farlo di propria spontanea volontà. Le cose più importanti le impariamo solo perché non possiamo fare a meno di farlo. Lottiamo finché possiamo cercando di credere nelle possibilità che ci sono messe a disposizione dalla vita. La possibilità di coltivare le nostre passioni e di mettere a disposizione le nostre capacità per il benessere di tutti. Si, c’è un periodo nella vita in cui si sogna questo. E’ un periodo bellissimo, ma poi purtroppo passa. Non saprei dire se passa in tutti, ma per me è passato. Se il dolore ti colpisce da vicino è difficile non restare annichiliti. E’ difficile scuotersi dal torpore, reagire. Probabilmente solo un figlio potrebbe ridarmi la fiducia nel futuro. Per ora quello che ho imparato è che un amico non muore. Non lo dico perché credo nell’aldilà, nella reincarnazione o nella magia nera, ma perché io continuo a chiedermi quale sarebbe stato il suo parere, cosa mi avrebbe detto e continuo a vederlo nelle situazioni in cui magari l’avrei incontrato per caso. E continuo ad immaginare le nostre possibili conversazioni, i nostri ammiccamenti complici, i sorrisi in disparte. Non mi si prenda per matto, è ovvio che resto sempre consapevole del fatto che tutto ciò non mi sarà più possibile, ma vivo ancora alcuni brevi momenti con lui. Istanti. E sono questi istanti che mi fanno pensare che un amico non può morire. Resta nel nostro modo di affrontare il mondo, influenzando le nostre scelte prese tenendo conto di ciò che io immagino sarebbe stata la sua opinione. Consapevole di poter immaginare male, ma comunque tenendo conto di un’idea diversa mia. Quella che secondo me sarebbe stata la sua idea. Questo è tutto ciò che il mondo mi ha lasciato di Matteo. Il pensiero di ciò che mi avrebbe detto. La certezza che ci sarebbe stato. Oggi inizio a leggere Asce di guerra, il libro che mi aveva regalato per l’ultimo mio compleanno festeggiato insieme. Non potrò non parlarne con lui. Sarà ancora un’occasione per stare un poco insieme.

 

Un calcio per pochi, tanti calci per tutti.

Pubblicato: 10 dicembre 2012 in calcio
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Quando Fabio Caressa, aprendo il collegamento Sky TV, saluta tutti gli amici sportivi, non saluta anche me. Primo perchè non sono suo amico. Secondo perchè non sono sportivo.

Io tifo Roma e odio il calcio.

Lo odio tanto quanto l’ipotetica protagonista di quella canzoncina di  Rita Pavone. Quella che si lamentava col fidanzato di esser lasciata sempre sola la domenica. Anche se io lo odio per motivi diversi. Odio il modo in cui è stato ridotto. Da voi. Quindi, per favore, risparmiatemi le pippe tipo: “so solo undici milionari che corrono appresso a un pallone” oppure “tanto le partite so tutte truccate”. Risparmiate il fiato per un confronto ad armi pari con un pallonaro medio con cui potete mettere a confronto i vostri rispettivi cliché. Io non ho tempo da perde con voi che non riuscite a vedere oltre il vostro naso. Voi in cerca di scuse che possano giustificare le vostre esistenze insulse.

Nessuna scusa.

il problema de sto mondo de merda siete voi e no il calcio. Questo ficcatevelo in testa se ve c’entra altrimenti provate ‘ndo ve resta spazio. Voi ci chiamate delinquenti e annuite davanti alla TV quando un opinionista bastardo, che venderebbe sua madre tanto al chilo, invoca pene esemplari per chi ha tirato due bomboni allo stadio, per poi fare la riverenza a quel rubbagalline miracolato in testa de Antonio Conte, che rientra dopo una squalifica inflittagli per “non essersi accorto” che i suoi giocatori se vendevano le partite. Rompete il cazzo tutti in coro per gli striscioni su Pessotto, nantro miracolato che aveva avuto un’idea senza dubbio giusta. Preso dal rimorso delle mille nefandezze combinate in quella Juve, aveva fatto l’unica scelta onorevole che gli restava da fare, senza però riuscire a portarla a termine. Io je posso solo dì cojone, mo’ sentite i cori tutte le domeniche o riprovace da più in alto. Applaudite Fabio Capello come esempio di uomo vincente, mentre per noi resta sempre il miserabile che spese parole d’elogio per Franco e che scappò da Roma de notte, quello che per disprezzare i romanisti disse che la sera vanno rubare… come se fosse un’offesa, senza sapere che da ste parti se dice: “prendi la robba ‘ndo sta e campa onestamente”. A differenza tua, caro Fabio, noi campamo onestamente e non scappiamo né de notte né de giorno.

 I nostri mondi sono troppo distanti, solo che voi siete troppo distratti per accorgervene.

 Notate la nostra esistenza solo quando una telecamera vi mostra uno striscione “politicamente scorretto” o quando l’audio della TV vi inonda il salotto con le nostre bordate di fischi durante il vostro cazzo di minuto di silenzio, per Nassirya o perchè è morto Kossiga o perchè è morto er papa. E allora sentenziate: i soliti quattro teppisti!

Poi le nostre strade tornano a dividersi.

Noi continuiamo a vivere, voi a guardare la TV.

Il calcio per me

Pubblicato: 19 novembre 2012 in calcio
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Ok è un bel po’ che non aggiorno questo bolge mi dispiace! Ogni qualvolta ci si ferma in qualcosa di buono che si fa nella vita indubbiamente ci vuole forza per ricominciare. Questo ovviamente vale solo per le buone abitudini, per quelle cattive, meglio note come vizi, vale l’esatto contrario; e così converrete con me che se si smette di andare regolarmente in piscina o di scrivere la tesi, sarà difficile riprendere, ma se si smette di fumare o di mangiare junk-food sarà facilissimo riprendere come e peggio di prima. Dicevo questo per introdurre l’argomento che voglio trattare oggi, un tema a me caro che ho scelto per facilitare la mia scrittura: il calcio. E ciò che per me è il calcio e cioè l’a.s. Roma, la squadra per cui tifo. Mi ripropongo d’ora in poi di scrivere con regolarità sul calcio, aggiungendo questa nuova categoria a quelle già presenti in questo blog, inserendola nell’Olimpo delle mie passioni.

La prima importante constatazione è che comincio a scriverei calcio dopo un derby perso. Eh già, perché io a differenza di tanti di loro (quasi tutti), sono della Roma tutti i giorni, e no solo quando vinco, da quando in quel meraviglioso maggio ’83, non avevo ancora tre anni, mio nonno mi regalò un bel bandierone giallorosso che per anni fu il regale tappeto dei miei giochi di bimbo. È così che sono diventato romanista, nel più romantico dei modi, in piena età dell’innocenza (a quel tempo ero talmente innocente che non ero ancora battezzato), per questo non temo d’essere retorico dicendo che per me la Roma è puro amore, lo è stato fin da subito, lo è tutt’ora; ma col crescere i sentimenti diventano più complessi e ora per me la Roma è molto altro. Ha cominciato ad essere altro nel dicembre del ’94 quando varcai per la prima volta i cancelli dello Stadio Olimpico. Era la domenica dopo Brescia-Roma, quella dei “ragazzi di Boccacci” e del vice-questore accoltellato, io ero poco più che un ragazzino e non ne sapevo niente. Così come non sapevo che la mia cinta poteva essere considerata un’arma. Me l’insegnò un carabiniere sequestrandomela. Alle mie proteste (in seguito imparai a non rivolger loro la parola se non costretto e a non protestare mai) il giovane militare mi disse: “… sapessi come fate male quando ce le date in faccia”. Quante informazioni preziose per una così breve frase. Che maestro sapiente può rivelarsi un qualunque idiota. Credo valga la pena analizzare questa breve frase. I verbi coniugati alla seconda persona plurale sottintendono l’esistenza di un noi, un noi capace di agire e “fare male”ad un loro, i carabinieri, che comunque a quattordici anni già odiavo, ma senza la consapevolezza di poter fare loro del male e di poterlo fare prendendoli a cintate in faccia. Di certo quel carabiniere non aveva letto l’arte della guerra di Sun-Tzu, altrimenti non mi avrebbe mostrato tutta quella debolezza e non mi avrebbe impartito un così buon consiglio… Per concludere il suo capolavoro aggiunse anche: “legala lì, poi te la riprendi all’uscita”. All’uscita ovviamente ce trovai Stocazzo. Il mio rapporto con le guardie era irrimediabilmente compromesso. Ora scappo… stasera c’è Roma-Torino. De Lunedì.

Maledetto calcio moderno!

Vorrei provare a scrivere in terza persona ma non ci riesco, il discorso impersonale non fa per me, sono per l’enunciazione diretta e la notorietà dell’autore implicito. Che sono io. Questo mi aiuta ad essere più chiaro verso il lettore modello (che sei tu), evitandoti d’incappare in decodifiche aberranti (almeno spero) e mi aiuta a sbloccarmi nell’istanza dell’enunciazione (hic et nunc) in cui mi trovo spesso impantanato. Già il momento dello scrivere. L’atto del comporre. Un momento così puro e così concreto, alto ma fisico, intangibile di nascita e materiale di discendenza. Mente e corpo che si fondono su carta o su monitor, lasciandoci l’illusione di poter vivere un po’ più a lungo di quanto in realtà ci viene concesso. È per questo che per me la scrittura rappresenta un buon ansiolitico. La mia ansia si cura così, provando a buttar giù qualche riga da poter usare come feticcio. Uno spauracchio che allontana da me l’idea della morte. Non della mia morte, ma della morte in generale. Come nella tragedia greca, raccontare della sofferenza, dei travagli dell’esistenza e della morte appunto, non può che avere un valore catartico, soprattutto per chi ne scrive. Ma non è neanche così semplice, perché non sempre si riesce a scrivere ciò che si vuole nel modo in cui si vuole e per ciò basta poco che la scrittura da potente ansiolitico possa di colpo trasformarsi in agente ansiogeno, acerrimo nemico della nostra salute mentale. Eh si, basta poco. Basta poco e ognuno di noi, nessuno escluso, si può ritrovare a urlare: “Wendy, tesoro!” brandendo un accetta da taglialegna nel tentativo di sterminare la propria famiglia o anche dei perfetti sconosciuti e spesso questo non dipende dal frequentare o meno i family day del Pdl. Già perché come ci insegna il maestro Kubrick, nel filmetto di cui ho appena citato una celebre battuta, a volte non basta rifugiarsi nella tranquillità di una casa in alta montagna per trovare la giusta concentrazione e scrivere ciò che si vuole. Ogni persona infatti ha un modo proprio e peculiare di reagire agli stimoli esterni e un differente livello di sopportazione del carico delle responsabilità che la vita ci pone, spesso senza gentilezza, sul groppone. Credo che per migliorami dovrò lavorare esattamente su questi due punti: la reazione agli stimoli e la sopportazione delle responsabilità. Su questo credo mi faccia bene fare outing (che fico, come quelli famosi!). Io in queste due cose sono piuttosto scarso, ben più scarso di Jack Torrance e con le stesse tendenze a risolvere tutto con un bicchiere. Ma l’importante adesso credo sia la volontà di migliorare e la convinzione di poterlo fare. Ho perso molto tempo e credo sia ora di recuperare terreno nei confronti  de sta vita, prima che me la vedo nello specchietto retrovisore pronta per doppiarmi tipo in formula uno. E per ripartire, leggere, parlare e scrivere sono tre verbi fondamentali con cui non si sbaglia mai a riempire il tempo. L’importante è non leggere solo etichette di farmaci o bottiglie, parlare anche con persone realmente esistenti e non ancora defunte e non scrivere solo:

All work and no play makes Mauro a dull boy

All work and no play makes Mauro a dull boy

All work and no play makes Mauro a dull boy

All work and no play makes Mauro a dull boy

All work and no play makes Mauro a dull boy

All work and no play makes Mauro a dull boy

All work and no play makes Mauro a dull boy

All work and no play makes Mauro a dull boy

 

La voce delle onde è un romanzo di Yukio Mishima  scritto nel 1954. E’ piccolo e delicato come un bocciolo. Come un bocciolo si dischiude lentamente. È la storia di un amore che sboccia. Dal momento in cui spunta la gemma fin quando il fiore mostra orgoglioso tutta la sua bellezza, il romanzo ci risparmia infine di vederlo appassire,questo fiore, lasciandoci nell’ammirazione del suo massimo splendore. Lottiamo con l’idea che questo libro possa essere stato scritto dallo stesso autore di Confessioni di una maschera e dallo stesso uomo che pratico il seppuku invocando il riarmo del Giappone. È la storia d’amore di due adolescenti che vivono in una piccola isola giapponese. Il loro primo sguardo, il loro primo bacio, le loro prove d’amore. Un amore senza sfumature come deve essere il primo amore della vita. Un romanzo senza sfumature come deve essere un romanzo d’amore. Vizio e virtù, bene e male, restano ben separati, come acqua e olio. La sfumatura, il chiaroscuro con cui spesso, in altri testi, Mishima gioca spaesando il lettore, negandogli ogni certezza, qui sono totalmente assenti. Manca quel puntino bianco nel nero e quel puntino nero nel bianco che si vedono nel Tao. Il limite sottile che, altrove in Mishima, divide morale ed immorale, è in questo romanzo una spessa cortina di ferro. È l’amore a prima vista, bello e incondizionato, l’amore a tutti costi raccontato fino all’apice della felicità degli amanti. Questo è stato ciò che ho amato ne La voce delle onde. La volontà e la  capacità dell’autore di raccontarci la bellezza dell’amore e solo quella. Indubbiamente è una piccola parte di una storia d’amore, la parte pura, incontaminata e l’autore lo sa bene quando scrive, parlando dei due innamorati ormai fidanzati, nella pagina che chiude il libro: “… Davanti a loro si stendeva l’insondabile oscurità …”. Poi Mishima si ferma, l’oscurità resta solo un presagio. Per ora, permette al lettore di contemplare l’amore perfetto, il resto lo racconterà in altre storie.

Io vivo a Centocelle, ci sono nato a Centocelle  e sono più orgoglioso io di essere di Centocelle di quanto possano essere orgogliosi Jay-z ,Tyson, Spike Lee e Michael Jordan messi insieme di essere di Bedford-Stuyvesant nel borough di Brooklyn a New York City. Questo tanto per essere chiari. E soprattutto per chiarire come mai io mi trovassi al Broadway quel maledetto mercoledì sera (“al” e non “a” che è molto diverso).  Per chi non lo sapesse (poveri voi) il Broadway è il cinema del mio quartiere, ovviamente l’unico, dove io ho visto il primo film della mia vita ed anche l’ultimo, spero non in via definitiva. La storia del cinema Broadway, come la storia di ogni cinema di periferia, è fatta di momenti di fulgido splendore che si alternano ad anni di bieco degrado. Ma chi vive anche solo un attimo del fulgido splendore di cui parlo può trascorre il resto della propria esistenza nella palude della mediocrità rimembrando i suoi gloriosi trascorsi. Proprio come fa il Broadway, e proprio come faccio io che da lui ho imparato tanto. La prima volta che ci misi piede avrò avuto 6 anni; mi portarono a vedere la carica dei 101 che veniva riproposto dopo non so quanti anni dalla sua uscita. Eravamo a metà degli anni ’80 e se il Broadway faceva così schifo non era certo colpa sua. Già perché in quel periodo a Centocelle le “infrastrutture” lasciavano tutte un po’ a desiderare e si limitavano a spacciatori di eroina scadente, qualche bar del tipo che potete immaginare da soli avendo letto RanXerox (l’avete fatto vero?) e le fontanelle, molte molte fontanelle. Quindi il cinema, per essere intonato al resto, doveva spingere film scadenti in un contesto degradato esattamente come un pusher che aspetta i tossici appoggiato alla fontanella all’angolo. Ed è quello che il  Broadway faceva allora e fa ancora oggi. Dopo la mia prima volta al  cinema, il Broadway diventò per diversi anni un cinema a luci rosse. Durante questi lunghi anni fui costretto a passarci davanti per arrivare alla mia scuola elementare in Piazza dei Mirti, questo alterò in modo profondo la mia indole fino ad allora così delicata, indurendola, per così dire, e rovinò per sempre il mio rapporto con l’altro sesso. Quella scritta “vietato ai minori di 18 anni” fu il principale acceleratore di crescita della mia infanzia, ma proprio quando l’arrivo in doppia cifra mi diede l’illusione di aver quasi raggiunto il traguardo che mi avrebbe dato la possibilità di varcare quella soglia magica e proibita, il cinema venne scelleratamente chiuso e lasciato nel più totale abbandono, tanto che dall’esterno potevi vederlo putrefarsi attraverso le maglie metalliche delle serrande. Fin quando un bel giorno quel grand’uomo di Vittorio Cecchi Gori decise di riportarlo in vita e regalarlo nuovamente alla popolazione di Centocelle. Sarò per sempre grato a Cecchi Gori, per il Broadway e per aver mandato in B la Fiorentina. Grazie grazie e ancora grazie. In quegli anni ero nel pieno dell’adolescenza, al centro del mio piccolo mondo di liceale di periferia in cui tutto era in ordine, il doppio taglio e il bomber ghiaccio convivevano pacificamente con la A anarchica e la falce&martello che campeggiavano sul mio zaino seven che ancora custodisco gelosamente, grande era la confusione sotto il cielo, la situazione era quindi eccellente. Il mio ritorno al Broadway fu nel ’95 e fu bellissimo. Totalmente ristrutturato dopo gli anni di inattività e diviso in tre minisale secondo la moda del momento, il locale puzzava di plastica nuova e di pop-corn unti di burro. La puzza dell’America era arrivata fino a Centocelle e fu proprio in quest’atmosfera patinata e kitsch che vidi Four rooms con altri tre miei compagni di classe. Fummo gli unici avventori per quello spettacolo! Fare quel tipo di esperienza a quindici anni equivarrebbe adesso ad essere lo skipper di una barca a vela che porta Salma Hayek, Jessica Alba e Devon Aoki in un’infinita crociera intorno al mondo. Facemmo tutto ciò che ritenemmo necessario. Ogni divertente idiozia che può essere partorita da una mente non ancora totalmente monopolizzata dal sesso. In quel periodo infatti, la donna era ancora quell’”oscuro oggetto del desiderio” che se per me fosse rimasto tale ora avrei la mia cattedra di geopolitica alla London School of Economics e invece…

Da quel giorno ho visto un’infinità di film al Broadway, salvo poche eccezioni tutti film orribili; un grande classico era il film dei Vanzina il giorno di Natale! Storcete pure il naso voi benpensanti radical-chic, peggio per voi che non saprete mai cosa vuol dire star in piedi in una sala stracolma di gente che grida e insulta gli attori come fossimo nel 1330 davanti ad una di quelle compagnie teatrali che giravano l’Italia di villaggio in villaggio recitando a braccio la parodia della corte locale. Eh già! Che  risate! E non certo per le battute di Boldi e De Sica. Che ciurma insubordinata era la popolazione di quella sala e che spettacolo vederla all’arrembaggio! Ma arriviamo a mercoledì scorso. Non potevo non andare a vederlo: Batman il ritorno del cavaliere oscuro è stato lanciato con quel tipo di marketing di cui io sono il target ideale. L’atmosfera nella sala del cinema era tipo volo intercontinentale dentro un boing 767 pieno di arabi con la barba lunga e dei rigonfiamenti sospetti sotto la tunica. Le luci erano ancora accese quando un ciccione pensò di rompere quel clima di tensione rovinando a terra esattamente al centro della sala e rovesciando la sua coca gigante sui piedi di mia sorella. Dietro di me avevo due rumeni. Gli unici che risero per la figura di merda del ciccione, gli unici che non fecero finta di guardare l’ora sul telefono. I due rumeni avevano un borsone. Dentro al borsone avevano un arsenale, un arsenale di superalcolici. Ed erano già ubriachi all’inizio del film. Quanto avrei voluto fossero armi. Tutto sarebbe finito molto prima. E invece no! Due ore e quarantaquattro minuti di film con due ubriachi molesti che commentavano ogni scena nella loro lingua. Proprio questo fu il mio problema: dopo dieci anni de cantiere io la loro lingua la capisco. E posso sostenere che questi due erano molto più razzisti di quanto voi stiate pensando ora che lo sia io. E comunque io non sono razzista, sono intollerante che è ben diverso. In diverse occasioni ho odiato bambini italianissimi (il superlativo significa: non italiani come Balotelli) fino a farmi uscire l’herpes. Per me non è una questione di razza. È molto più semplice. Mi stai rompendo i coglioni o no. E giuro che non me ne frega un cazzo da dove ce sei venuto! Ma l’importante è riuscire a trarre insegnamento da ogni esperienza: io cerco di farlo sempre e ora so che non andrò mai più al cinema senza la mia borsa personale di superalcolici. E sò che la dovrò riempiare di robba particolarmente forte forte se il film in questione è un altro Batman di Christopher Nolan. Già, perché se come ho già detto, non sono convinto che ci sia qualche servizio d’intelligence occidentale dietro le pussy-riot, così sono sicuro che i film di Hollywood nascano tutti in una stanza del Pentagono piena di esuli cubani a cui Fidel ha imprigionato un cugino omosessuale e di cambogiani a cui Pol Pot aveva ucciso il fratello con gli occhiali. Tutti supervisionati da bravi ragazzi bianchi tipo quelli di Jersey shore, essi riversano il loro anticomunismo viscerale in sceneggiature cinematografiche ricevendo in cambio dalla patria delle opportunità ben tre dollari l’ora.

Non mi identificavo così tanto con l’antagonista da quando tifavo i Muppet di Mark Lenders, prima che quel bastardo andasse alla Juve. Batman è un collaboratore delle guardie che so tutte bravissime persone mentre il cattivo è un tipo grosso e rasato con una mascherina tipo pitbull messicano e un montone con il collo alzato che gli sta da Dio. In più quest’uomo ha un’idea. Uccidere tutti. Indistintamente. Mentre Batman è pure confuso. Si chiede: me faccio i cazzi mia o me butto in mezzo? Chi si salva è invece Cat-woman e non solo per come guida la moto. La ragazza ha carattere, il suo personaggio deve averlo curato una ex agente del Kgb, ora perseguitata da Putin, ispirandosi a se stessa. No fair play per tutta la partita anche se a fine gara mi cala andando a stringere la mano a quell’infame de Batman. Nel gran finale c’è la battaglia campale tra guardie e cittadinanza. E’ esattamente quello di cui parlano i dossier N.A.T.O. sugli scenari di guerriglia urbana previsti intorno al 2020. Loro sanno già il posto e l’ora. Noi stiamo ancora a vedesse Batman.

Quando ci troviamo a descrivere ciò che facciamo ad una qualche persona particolarmente curiosa o attenta o intelligente, che ci interroga a riguardo, avendo intuito che dietro quel palco lungo quaranta metri e alto venticinque deve esserci il duro lavoro di molte persone, ci troviamo sempre in difficoltà non potendo andare oltre un vago: “costruiamo palchi per i concerti, tutto qua!”. Non sono richiesti ulteriori dettagli, anzi, l’interesse dell’interlocutore svanisce di colpo. Noi, fieri di ciò che facciamo, proviamo ad aggiungere che lavoriamo in altezza, svolgendo mansioni pericolose e che richiedono grande competenza, professionalità … ma ci accorgiamo che stiamo già parlando da soli, perché a nessuno interessa davvero sapere con quale trucco il prestigiatore ha catturato la sua attenzione, nessuno vuol sapere perché è rimasto a bocca aperta davanti a quel numero di magia, nessuno vuol passare per chi si è fatto ingannare dalla sola umana abilità. Mentre la magia è diversa: chi tra noi comuni mortali può sfuggirle? Così è per i concerti! Il pubblico vuole che siano momenti magici in cui la massa di gente, i giochi di luce, il volume del sound, la grandezza della struttura e la presenza della star in carne ed ossa, possano ricreare l’effetto del Mito, con l’aura di mistero di cui, per esser tale, deve essere avvolto. Il nostro è un lavoro oscuro e sconosciuto non solo perché lo svolgiamo prima e dopo che migliaia di occhi si posino su ciò che noi abbiamo costruito, non è solo una questione di tempi, il motivo profondo e reale è che per creare l’incanto, quello che noi facciamo deve restare nascosto, noi dobbiamo essere invisibili! Il pubblico deve poter credere che tutto ciò che vede davanti a se sia merito della Star, deve poter illudersi che il suo mito possa aver fatto ogni cosa da solo. D’altra parte di quel che facciamo non si trova traccia che intorno all’artista durante quelle due ore di concerto, in una città, poi in un’altra ed in un’altra ancora, ma sempre intorno a lui e finito lo spettacolo più nulla resta a testimoniare ciò che è avvenuto a parte il ricordo emozionato e confuso di chi ha partecipato ad un evento soprannaturale ed inspiegabile. Il ricordo e le fotografie. Per questo abbiamo scelto una mostra fotografica per provare a svelare i trucchi che si nascondono dietro la messa in scena dei grandi concerti, cercando di far calare la maschera ad un mondo che ci mostra sempre e solo il suo volto migliore, quello imbellettato e sempre impeccabile, lucente e patinato come ogni cosa finta. Noi  invece vogliamo mostrare il volto vero di un mondo finto. Un mondo in cui e di cui abbiamo vissuto per anni, un mondo che ci ha dato tanto e che ci ha tolto tanto, un mondo da amare o da odiare fatto di uomini e donne che lavorano nel più concreto dei modi per ottenere il più effimero dei risultati. Il nostro sudore e la nostra fatica per il piacere e l’emozione del pubblico. Perché crediamo sia importante sensibilizzare questo grande pubblico sulla necessità di regolamentare e migliorare le condizioni lavorative degli addetti di questo settore chiamati  ogni giorno a conciliare la realtà e la fantasia.

In ricordo di Matteo Armellini

vissuto dietro ad un palco, morto sotto ad un palco